ARCHITETTO SPERIMENTALE o Architetto Futurologo

Nella storia dell’architettura una considerevole quantità di disegni è rimasta su carta.

Piranesi, Boullée e Ledoux, Sant’Elia, Garnier sono tutti progettisti che pur ideando architetture reali non hanno avuto, spesso, la possibilità di realizzare le loro opere. Per motivi tecnici o per motivi economici, a noi non resta che ammirare il loro genio nei bellissimi disegni lasciatici in eredità.

Di altri, come Le Corbusier, Wright o Mendelsohn apprezziamo sia le architetture costruite, che i progetti tramite i quali sono state tradotte in realtà.

Ci sono infine personaggi, tutto quell’insieme di architetti definito “Radicals”, che negli anni 60 hanno deciso di affrontare la professione, o meglio, di fare ad essa un affronto.

I loro disegni non sono concepiti per la costruzione, non tutti perlomeno, ma la loro “visionarietà” è in realtà solo apparente; quello che hanno condotto per più di un decennio è da leggersi come preparazione alla rielaborazione della realtà, una serie di analisi atte a formare strumenti critici e linguistici da applicare non appena possibile e con una consapevolezza indiscutibilmente maggiore.

Non è una novità, quindi, la figura dell’Architetto Sperimentale.

Tale figura ha sempre creato una frattura profonda e nascosta, una netta cesura fra la pratica intellettuale più avanzata e quella accademica tradizionale.

Se consideriamo, come di fatto è, l’architettura una disciplina che fra le altre peculiarità ha quella di permettere la misura e la conoscenza del nostro mondo fisico, nonché di essere fattore determinante del suo cambiamento, questo tipo di architetto fa conoscenza del nostro pianeta mediante la sperimentazione.

Sempre sopra le righe, sempre portando alle estreme conseguenze la progettazione, così che i luoghi rappresentati non possono essere considerati ne immaginari, ne tanto meno fantastici.

Non inventa edifici, non crea “altri mondi”; parte dall’essere umano, quello contemporaneo e costruisce attorno ad esso una comunità nuova, che necessita inevitabilmente di nuove forme e di una nuova sede per gli eventi sociali; a volte il progetto di questa sede risulta essere un luogo fisico, con ambienti funzionali e di servizio, con stanze e corridoi, in pietra e cemento, acciaio e vetro, altre volte, invece, dove l’Architetto Sperimentale si spinge all’estremo, diviene problematica la realizzazione di tali progetti, non solo per difficoltà tecniche o scientifiche, ma semplicemente perché l’umanità non è pronta ad accogliere tali proiezioni e visioni, e questo accada nei casi in cui, è necessario un balzo nel vuoto, nel luogo in cui le speculazioni ardite sono necessarie per l’elaborazione di nuovi parametri progettuali, per esigenze non ancora sorte, per necessità ancora sopite.

Edificio, Città e Territorio sono gli ingredienti del suo lavoro, dove la connessione tra le varie scale del vivere umano è sviscerata in tutta la sua crudezza.

L’Architetto Sperimentale non cambia le regole del gioco, mette addirittura il gioco stesso in discussione, cambia il gioco e lo rende multidimensionale.

Nell’architettura sperimentale si difende l’essenza dell’umano.

Lebbeus Woods, sensuale adoratore della carne, degli edifici lacerati e ricuciti è uno di loro, forse l’esponente più ardito.

Le sue immagini sono tutt’altro che attraenti, lascia le ferite derivate dagli scontri e crea delle cicatrici-architettura perché convinto che l’accettazione della cicatrice” è accettazione dell’esistenza. In tutti i suoi progetti non suggerisce operazioni di facciata, né lifting, né chirurgia plastica, ma mette in evidenza le lacerazioni” attraverso l’uso di insetti” che inserisce all’interno degli edifici.

Da inviato in Bosnia come corrispondente per la rivista di architettura giapponese A + U ha redatto pagine e pagine di “visioni” sulla guerra in atto in quegli anni, nel suo manifesto pamphlet Guerra e Architettura scrive: “l’architettura resiste al cambiamento, anche perché dal cambiamento scaturisce. Lottando cristallizza e diviene eterna”.

Da anarchitetto (anarchia+architettura) qual è, non nasconde la realtà, ma come un chirurgo sutura le ferite aperte cauterizzandole, le cicatrici, atto di testimonianza, saranno un monito. Crede nella tecnologia, ma non la imita, costruisce forme di coabitazione atipiche, nella terra, al suo interno ricava spazi per nuove realtà di convivenza, nel cielo, in sospensione umani-non umani si confrontano in leggere evoluzioni connessi attraverso l’etere..

La sua è architettura politica, la sua è architettura anarchica, la sua architettura è edificio, città, territorio.

Woods è un architetto politico perché l’architettura è un atto politico, si oppone all’ideologia perché la considera un tradimento, introduce l’anarchia nell’architettura e parla di una architettura dove le persone possono vivere come vogliono. Egli vede l’architettura come strumento di conoscenza, paradossalmente essa trascende la logica della sua costruzione.

Considera l’architettura sperimentale perché vivere è sperimentare.

I suoi lavori sono atti di condanna politica ed esistenziale espressi in forma di architettura.
Come precedente può essere considerato il gruppo Archigram, ma sono l’altra faccia della medaglia, in loro l’atteggiamento è pop, sicuramente innovativo e senza ombra di dubbio di rottura nei confronti dell’accademia, in loro il risvolto rappresentativo è ammiccante, colorato, fiabesco quasi, e soprattutto la loro non è una sfida alla società, è una risposta alle esigenze dettate dal “loro” mondo contemporaneo, una risposta senza precedenti, nella maggior parte dei casi realizzabile anche se atipica, una risposta alla società dello spettacolo che si stava creando.

Mentre in Woods interviene il disincanto, la sua è una risposta totale, non immagina edifici atti a far funzionare al meglio la società così com’è, ripensa la società stessa, ridisegna le dinamiche, interviene creando scenari alternativi anche dal punto di vista sociologico, preme con le sue visioni su tasti dimenticati, riconosce l’atrofia dell’attuale forma societaria e la tratta come fosse non un architetto, ma un terapeuta con a fronte un corpo con muscoli inutilizzati da secoli, il suo è un tentativo estremo di far ri-circolare il sangue all’interno del corpo dell’umanità.

La questione non è: essere a favore o contro la ricostruzione, copiare pedissequamente il passato o raderlo al suolo, e non sono neanche le grigie sfumature che potrebbero trovarsi nel mezzo di questi estremi. La questione è cosa ben più profonda, la questione da sollevare è:

l’uomo e la donna sono in grado di alzare la testa? di rendersi autonomi e non automi? Ed ancora, l’uomo e la donna hanno il coraggio di guardare cosa sono stati in grado di fare?

Perché solo mantenendo il contatto visivo con le aberrazioni prodotte da se stessa e per se stessa, l’umanità avrebbe la possibilità di tornare sui suoi passi, o perlomeno non ricadere negli errori ed orrori compiuti in precedenza.

Evidentemente ha memoria corta, o forse semplicemente, tende a rimuovere il dolore come meccanismo di difesa basilare, tutto ciò, ci ricorda Freud, è un processo psichico che agisce al di sotto della coscienza, tutti rimuoviamo una notevole quantità di impressioni e percezioni, quando la rimozione è perfettamente riuscita, l’individuo non presenta alcun sintomo e non avverte nessun senso di conflitto interiore, ma ciò non porta alla soluzione del problema, lo nasconde soltanto.

In architettura, rimuovere le macerie, abbattere gli edifici feriti assurge allo stesso principio, non è solamente la necessità di costruire nuove abitazioni, ma l’esigenza profonda di eliminare il dolore attraverso l’eliminazione del motivo che lo ha prodotto, in quel caso l’architettura è l’elemento significante, il ricordo passa attraverso la visione della cicatrice e ri-produce dolore.

Studiando le immagini create da Woods, appare immediatamente chiaro come gli edifici rappresentati abbiano carattere tipologico, siano rappresentazione di una infinità di edifici simili o possibili, risultato delle medesime esperienze, che siano alla mercé di una guerra, sotto il pericolo di terremoto imminente od altro, non ha molta importanza, sono l’”edificio tipo”, quello dal quale è possibile trarre l’idea basica di intervento.

La cruda poesia delle sue immagini non ne esaurisce il significato, è per questo che, come in altri casi (vedi Daniel Libeskind nei primi progetti), è necessaria una particolare preparazione per leggere intimamente i suoi disegni, per attraversare la mera rappresentazione ed arrivare nel luogo di dolore dove ci conduce la nostra guida.

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Nel caso di Lebbeus Woods, (ma non è il solo) è consigliato “leggere” e non “guardare” i disegni, perché è attraverso questa lettura che ci appaiono evidenti i suoi intimi interessi. Uno dei quali è senza dubbio la costruzione di nuovi paesaggi urbani per riequilibrare il crescente divario tra poveri e ricchi, perché il sistema attuale risulta insostenibile – in termini sia umani che ambientali. Egli è convinto che: l’architettura non può influire direttamente sulla disparità economica, ma può rifiutarsi di cooperare con le istituzioni sociali che la creano.

Pensa che la società deve in qualche modo dissolversi in una comunità di lavoratori sperimentali, costruire una alternativa alla politica economica, che porta inesorabilmente ed inevitabilmente alla attuale condizione sociale altamente alienante.

Immagina una società eterarchica, in cui solo l’individuo ha l’autorità sulle proprie azioni.

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Mentre nella odierna società gerarchica, costruita come una piramide, il vertice o autorità, intellettuale, spirituale o politica, domina sul resto sino alla base, nell’eterarchia o rete, gli uomini si organizzano in sistema, pianificando lo spazio, il tempo e la società, con individui e gruppi autosufficienti e auto formati, nei quali la struttura cambia continuamente, in accordo con i cambiamenti necessari e le condizioni che li circondano. La società eterarchica da valore alla cooperazione piuttosto che alla competizione, riconoscendo le caratteristiche di ciascun individuo.

L’architetto “gerarchico” segue gli stereotipi, è un costruttore piramidale che segue la forma già inscritta per coloro che dominano e opprimono gli altri, mentre l’architetto eterarchico disegna edifici fuori dalle tipologie, elude la piramide creando rete, ogni abitante diventa nodo della rete e contemporaneamente punto di origine.

Basata sul continuo cambiamento, la società eterarchica persegue un equilibrio dinamico, possibile solo all’interno di un campo di questo tipo, dentro al quale le parti che lo costituiscono mantengono una certa autonomia, libertà di formazione o distruzione e non sono sottomessi a nessun tipo di sistema totalitario.

Finché in ambito architettonico dominerà il concetto di gerarchia, l’architettura rimarrà legata a canoni classici, perché risultato di tale modello, esprimendo così l’idea di mantenimento dello status quo, tendendo ad essere una forza regressiva.

Appare evidente come egli trova nelle pieghe della scienza spunti di riflessione, come supporto alla progettazione.

Inizia la sua visionaria carriera, ispirato dal famoso Cenotafio dedicato a Newton ideato da Boullée, progettando una Tomba per Einstein, il progetto era saturo di riferimenti alla dottrina introdotta dallo scienziato, con formule di meccanica quantistica utilizzate per formare l’edificio, ma descritto con struggente poesia: “…La Tomba è un vascello in viaggio verso l’eterno su di un fascio di luce emessa dalla Terra, che segue un infinito e sottile arco che attraversa le stelle.”

Sin dalle prime tavole del progetto relativo alla Tomba di Einstein appare chiaro, siamo di fronte a qualcosa che travalica l’architettura, fino a cercare un significato più profondo del solo involucro edilizio, il testo e le immagini, sono corollario di una poesia con il pensiero scientifico che fa da musa.

Il corpus teorico che riflette la sua ricerca è sempre accompagnato da straordinari disegni, che innescano in chi li “legge” complesse attività di elaborazione, comprensione e trasformazione. Siamo nel campo dell’ipotetigrafia, ove “la frequentazione del nuovo, del non prima conosciuto, per essere comunicato deve essere riprodotto mediante immagini semplificate, che abbiano il più possibile valenze monosemiche”1.

Negli ultimi lavori, vi è invece una inversione di tendenza, sono lontani dalla rappresentazione, quasi che Woods si sia reso conto che l’atroce bellezza dei suoi disegni non ne permette una attenta lettura, che i fruitori dei suoi libri si fermino alla superficie. Ciò deve risultargli inaccettabile, la sua sperimentazione è per l’essere umano, perché venga costruita attorno ad esso una nuova società. Castrando la sua sensibilità visionaria tenta di affondare un ulteriore colpo in faccia all’uomo, affinché si risvegli.

Questo perché tutto quello che attraversa il foglio è pensiero profondo al servizio di una causa, quella umana, l’architettura è solo una scusa, o meglio, se Lebbeus Woods non fosse stato architetto, in qualsiasi altro campo avesse impegnato le proprie energie, si sarebbe occupato dell’uomo, dell’umanità, ovvero l’unica cosa che l’appassiona realmente, e che attraverso l’architettura, il mezzo che più gli appartiene, tenta di salvare.

Massimiliano Ercolani

1“Vedere con il disegno”, Manfredo Massironi, Franco Muzzio & c. editore, 1982

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