Wall Games di Lebbeus Woods

Ha sempre visto lungo Lebbeus Woods, ed anche in questo saggio del 2004 ci da una lezione su come affrontare i muri mentali (e non) che ci stiamo costruendo attorno.Buona lettura!


Israele, come ogni stato sovrano, ha un diritto inalienabile di difendersi, ma non con qualsiasi mezzo. Se continua a beffarsi del diritto internazionale, come sta facendo, continuando la costruzione del Muro, si trasforma in uno stato rinnegato, al di fuori della legge e della sua tutela.

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Quantunque Israele abbia il potere di farla franca per il momento, questo fatto alla fine, gli si ritorcerà contro, in maniera del tutto imprevedibile per ora, nonostante l’appoggio degli Stati Uniti e la tacita minaccia delle proprie armi nucleari. I rinnegati alla fine rimangono isolati, così come stanno imparando gli USA, dalle proprie azioni unilaterali e “preventive”, l’isolamento, in ultima analisi, minaccia la sopravvivenza di ogni nazione in un mondo del tutto interdipendente.Lo sfoggio di potere, anche delle nazione più forte, è vano, al punto che le nazioni più deboli, per gelosia o vendetta, possono, con uno sforzo concertato, divenire superiori.

È nell’interesse di Israele fermare la costruzione del Muro, dare un segno, comunicare che vuole essere parte della comunità internazionale e che è disposta a rispettare il diritto internazionale.Nel giudicare la sua posizione, Israele dovrebbe ricordare che le pareti costruite per tenere fuori gli altri, alla fine, imprigionano quelli all’interno.

Continuando la costruzione del Muro, Israele sta creando, in una distorsione storica grottesca, il più grande ghetto della storia, separando e isolando il proprio popolo dal mondo a cui la propria sopravvivenza, e quella dello Stato ebraico, dipende. Ma questo non è necessariamente un caso. C’è ancora tempo.

Il Muro non è ancora completato. Al momento, solo un quarto della sua estensione prevista è effettivamente costruita. Il resto pesa come se esistesse già, ma non è ancora terminato.

Permettetemi di essere ottimista e immaginare che i poteri che dominano Israele, siano portati a fermare la costruzione del Muro. Lo spazio per lo scambio, già tendente verso Israele dallo squilibrio di potere esistente, rimarrà aperto.

Cosa succederebbe alle parti già costruite del Muro? Molti vorranno abbatterle, è comprensibile.

È un brutto simbolo, sia per molti israeliani che per la maggior parte dei palestinesi.

Certamente le porzioni terminate dovrebbero essere abbattute per rendere la linea di confine più permeabile, in maniera di rendere ai palestinesi l’accesso ai loro campi ed ai posti di lavoro diretto ed assicurao. Ma alcune sezioni del Muro potrebbero rimanere in piedi. Se sono ancora in piedi come artefatti autonomi, in un paesaggio ancora diviso e di negoziazione, potrebbero servire a qualche utile scopo.

Uno di questi potrebbe essere il Wall Game.

Il Wall Game utilizza alcuni tratti di muro come campo da gioco a due lati. I palestinesi controllano un lato, gli israeliani l’altro. Ogni lato ha un team di costruttori, architetti, artisti e performer, che fanno una costruzione sul loro lato del Muro, usandolo come supporto unico. In altre parole, le nuove costruzioni non possono in alcun modo poggiare direttamente sul terreno, ma soltanto sulla parete. Si tratta di costruzioni a sbalzo. Come tali, la costruzione su un lato deve essere controbilanciata dalla costruzione sull’altro, altrimenti il Muro cadrà da un lato o dall’altro, ed il gioco sarà finito.

È un gioco che funziona solo se ci sono due lati opposti.

Un lato non può giocare da solo, o come una forza strutturale sbilancerà il Muro e lo porterà verso il basso molto rapidamente. In una partita a senso unico non si fanno punti, cioè, nessun vincitore. Il punto nel gioco lo si ottiene tenendo su il Muro.

Ci sono tre livelli di vittoria. Il primo livello è quello di mantenere il gioco attivo. In questo senso, entrambi le parti vincono quando giocano contro il muro stesso e la complessa serie di forze che esso attiva. Non vi è alcun limite di tempo per il gioco. Termina solo quando una parte vince sull’altra (secondo livello) o quando entrambi perdono.

Per capire come una parte possa vincere sull’altra, è necessario chiarire qualcosa in più sulla natura delle costruzione.

Si può presumere che ogni squadra avrà un differente metodo di costruzione. Materiali diversi, configurazione diversa, diverso metodo. Questo perché le diverse squadre rappresentano diverse culture, religioni, storie ed aspirazioni. Anche se entrambe le squadre dovessero produrre costruzioni simili, potrebbero vincere solo sul primo livello, perché per vincere al secondo livello, una squadra dovrebbe convertire l’altra. La conversione di una costruzione si verifica quando il suo sistema di ordine, cioè il suo sistema di riferimento spaziale viene trasformato nel sistema di ordine del lato opposto.

Questo si verifica durante periodi di tempo predeterminati, cioè quando la costruzione è lasciata aperta a infiltrazioni attraverso la parete. Durante questi periodi, la squadra avversaria può costruire all’interno della varco lasciato aperto.

Non tutti i tentativi di convertire le costruzioni opposte avrà successo.

Se una costruzione lasciata aperta per un tentativo di conversione è sintatticamente chiara e forte, il tentativo di conversione dovrà essere ancora più chiaro, più forte, e soprattutto più succinto per riordinare il sistema aperto di spazio e forma nel tempo consentito.

Il terzo livello di vittoria è il più difficile da raggiungere.

Si verifica soltanto quando entrambe le costruzioni sono convertite, e non secondo il sistema di una parte o dell’altra, ma quando viene creato un nuovo sistema di ordine.

A questo livello, entrambe le parti vincono, perché trascendono, insieme, i loro antichi stati di opposizione, ed entrano in uno più complesso, uno stato polivalente.

Risultante dalla fusione dei precedenti sistemi, un ibrido definito dai due sistemi precedenti.

Si incontrano tra di loro non come contendenti, ma come co-abitanti di una nuova condizione spaziale a cui hanno contribuito entrambi, e su cui devono entrambi lavorare non solo per mantenerlo ma anche per evolverlo ulteriormente.

Il Wall Game è chiaramente progettato per coinvolgere una nuova generazione di giocatori, sia palestinesi chee israeliani, che non solo vedono i vecchi giochi come distruttivi ed autodistruttivi, ma che vogliono creare modalità nuove e più produttive della concorrenza che possono portare a nuove forme di cooperazione.

Dato che è solo un gioco, vincere e perdere assumono nuovi significati.

Come in ogni gioco, c’è sempre la prossima volta per recuperare orgoglio e prestigio, e, quindi, l’imperativo è imparare non solo dal fallimento, ma anche dal successo.

La squadra vincente in ogni singolo gioco può essere certa che la volta successiva, il lato opposto avrà imparato non solo le loro tecniche, ma anche messo a punto nuove tattiche.

Né la vittoria né la sconfitta sono mai definitive. E ci potrebbe essere uno spin-off.

Certamente ci sarà lo sviluppo di nuove tecnologie, basate su computer che sovrintendono lo svolgimento del Wall Game.

Si dovrà monitorare le sollecitazioni nella parete, che è anche il campo da gioco, dando ad entrambe le parti le informazioni di cui hanno bisogno per continuare la costruzione, per giudicare il successo o il fallimento di un tentativo di conversione,computer pre-programmati per essere il più obiettivi possibile, saranno basati su un software che potrebbe portare ad una nuova dimensione di pensiero etico.

Dopo tutto, in questa situazione, che cosa significa ‘obiettivo’?

Persino i più acerrimi avversari quando imparano a suonare assieme gli diviene difficile uccidersi a vicenda.

È istruttivo considerare l’impatto che ebbero per la cessazione delle ostilità, le famose partite di Ping- Pong tra Cina e Stati Uniti negli anni Settanta (come la guerra di Corea); o il ruolo delle-Olimpiadi e il rifiuto degli Stati Uniti di giocare a Mosca nel 1980 – nel ravvicinamento tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti negli anni ottanta. Si può sostenere che questi giochi sono stati solo un segno che i lati opposti erano pronti a collaborare più apertamente e che i giochi avevano solo valore simbolico, ma ciò non sminuisce l’importanza dei giochi come metodo di approccio.

Come lo storico culturale Johan Huizinga ha scritto in Homo Ludens “il Gioco è un atto di adattamento unico, non subordinato a qualche altro atto, ma con una funzione speciale proprio nell’esperienza umana”

Questa è una intuizione i cui vantaggi possono, ancora una volta, essere a portata di mano.

Lebbeus Woods (ottobre 2004)

Nota: Dal momento in cui questo pezzo è stato completato, la costruzione del muro è continuata, con il risultato che ora è per circa tre quarti completo.

Pezzo Originale: https://lebbeuswoods.wordpress.com/2009/11/09/wall-games/

Torre David

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TORRE DAVID

1993. Muore David Brillembourg, presidente del consorzio finanziario venezuelano Confinanzas.

1994. A seguito del crollo dell’economia venezuelana il consorzio Confinanzas va in bancarotta.

2007. Circa 13 anni dopo, in anni di profonda crisi, diretta e ritardata conseguenza degli eventi del 1994, tutto il Venezuela è in pieno dramma sociale, la carenza di alloggi a basso costo innesca tumulti e scontri, i problemi relativi al reperimento delle abitazioni, soprattutto nella sua capitale Caracas, sembra non trovare soluzioni.

Esiste una connessione alla catena di eventi sopra descritti, la Torre David, una torre per uffici di 45 piani incastrata nel centro di Caracas. È stata progettata dall’architetto venezuelano Enrique Gómez, e nel 1993, quasi al termine della sua realizzazione, a seguito della morte del committente, David Brillembourg, in concomitanza col crollo dell’economia venezuelana del 1994 l’idea di completare l’edificio viene abbandonata.

Dal 2007 settecentocinquanta famiglie vivono all’interno dell’edificio, lo occupano sino al 28° piano, fino al 22° arriva l’acqua corrente e nelle sue viscere esistono in modo del tutto abusivo negozi ed attività commerciali di tutti i tipi.

La dimensione verticale e la posizione geografica del manufatto occupato caratterizzano l’agglomerato in modo univoco, la città ha partorito un mutante, il mutante risiede nel suo grembo: nelle interiora di Caracas, città di quasi 6.000.000 di abitanti, un unico edificio aggredisce i canoni borghesi, portando lo slum, nel cuore dell’abitato e lo porta in alto violando uno dei simboli del capitalismo, il grattacielo.

Molti lo considerano un fatto marginale, non è così.

Appare evidente come tale evento sia il primo di una serie, tattiche di sopravvivenza urbana per una popolazione in mutamento continuo, una popolazione di mutanti.

Il principio è il medesimo delle baraccopoli: una serie di organismi estranei, l’accumularsi della varia umanità che si accalca, crea in maniera autonoma e spontanea, ai margini delle città strati di costruzioni “abitabili”. Sino a quando questo fenomeno ha occupato le periferie degli aggregati urbani, il problema era circoscritto e sotto controllo, si riusciva ad arginare, era sufficiente creare barriere e muri, e con servizi d’ordine (pubblico o privato) si riusciva a tenere le orde di “zombie”1 fuori dai quartieri bene delle città, i corpi estranei venivano sistematicamente ricacciati al di fuori del confine.

Il metodo non è nuovo, ma funzionale agli interessi degli “onesti” cittadini, sia il metodo fisico sopra delineato, che quello psicologico, dove l’“esterno” viene rappresentato come uno strano fenomeno, un Freak, è evidente lo scopo, circoscrivere ed annullare ogni possibile contatto tra strati sociali differenti. Si parte dal lontano medioevo, dove gli abitanti delle terre lontane, ai confini del mondo conosciuto, erano considerati capricci e scherzi della natura, venivano addirittura raffigurati come tali, per l’uomo medievale tutti questi luoghi dai confini incerti e le presenze “organiche” che ci vivevano, i cui nomi evocavano mistero erano situati all’esterno dei propri territori, dai confini certi e vigilati. Con l’avvicinarsi della modernità e con lo sviluppo delle conoscenze geografiche queste credenze sono ovviamente sfumate, ma evidentemente rimane nel profondo dell’animo umano questa paura atavica di colui che viene da fuori, considerato “diverso”.

Per tenere a bada i “selvaggi “ è stato sufficiente alzare mura di contenimento e filo spinato, creare barriere e controllare tramite telecamere i movimenti, tutto ciò ha permesso, fino ad oggi, un distacco dell’uomo borghese dal resto del mondo.

Con Torre David si è innescata una nuova dinamica, una sorta di forma tumorale pronta ad esplodere dall’interno ha aperto il ventre dello stato borghese, non è a causa di una riduzione delle difese immunitarie della società cosiddetta civile, semplicemente non era previsto che il virus potesse colpire dall’interno, nessuno poteva immaginare che il grembo materno delle città potesse partorire tale “scempio”, le stesse dinamiche si stanno manifestando anche in occidente.

Nel nostro continente avviene attraverso il mare, la distesa azzurra che ci separava dai diversi, dai “non civili” è diventata un fiumiciattolo. Dopo aver sfruttato e catechizzato i “popoli selvaggi” per qualche secolo, tali popoli lasciati alla mercè di guerre e fame, hanno impararto a navigare. Ora sarà molto più complesso contenere il contagio.

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1Si consiglia la lettura di: “Lezioni dalla fine del mondo”, A. Melis – E. J. Pilia, Deleyva Editore

Koolhaas ed il primato della scrittura

Riflettendo sugli ultimi interventi di Luigi Prestinenza Puglisi in FB riguardo Koolhaas, il primo pensiero è l’apparato critico che ha permesso ciò che LPP descrive.

Ovvero, un numero cospicuo di critici di architettura, persino professori dell’accademia hanno, negli ultimi anni, acclamato i saggi e gli scritti di Koolhaas come il miglior contesto critico attraverso il quale l’architetto possa costruire le sue architetture.

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Ma in questa ultima affermazione c’è il vizio che limita e confonde. L’architettura scritta, come del resto quella disegnata, non è da confondere con l’architettura costruita.

I critici in questo caso però, quello dell’architettura scritta, forse per empatia o forse per assonanza del mezzo di comunicazione, hanno permesso, anzi contribuito al fraintendimento tra scrittura e costruzione dell’architettura.

Ai tanti attacchi all’architettura disegnata effettuati non ha corrisposto nulla di pari livello all’architettura scritta, giustificandola, come ci fosse un primato della scrittura sul disegno, in una arte, l’architettura, che a detta della critica colta dovrebbe avere il suo centro nella costruzione.

A pensar male (come diceva qualcuno) viene da dire che i critici capiscano più la scrittura che i disegni.

Fattore sfuggito ai più, Koolhaas è al contempo architetto, promoter, PR (e fin qui dimostrazione di enormi qualità), ma anche critico di se stesso attraverso i suoi libri ed i suoi saggi, e qui inizia il problema, per portare un paragone sportivo: è come se l’allenatore di una squadra fosse anche il responsabile delle analisi per il test anti-doping, per quanto si possa essere onesti, qualche dubbio potrebbe sorgere sui risultati.

Negli anni 80 con Warhol il ruolo dell’artista, il suo essere personaggio, è diventato più importante delle sue opere, negli anni 90 un ulteriore passaggio ha portato la supremazia della critica (in arte con Bonito Oliva) sugli artisti e le loro opere, negli ultimi anni anche in ambito architettonico si è riusciti a mettere l’opera, ovvero l’edificio, in secondo piano rispetto al testo critico che lo avvolge e a chi lo scrive, Koolhaas ne è l’artefice massimo, ma vi sono ottimi epigoni (vedi BIG).