Reversible Destiny

Sono partito dal libro di De Grey “La fine dell’Invecchiamento: Come la scienza potrà esaudire il sogno dell’Eterna Giovinezza”, manifesto della eterna lotta contro l’invecchiamento, dove si teorizza ed auspica la fine della morte e cercavo di immaginare nel campo architettonico come potesse essere trasportato il concetto.

È così che ho scoperto Shusaku Arakawa e Madeline Gins, architetti e progettisti anomali, con costruzioni reali e realizzate, ma profondamente utopisti, nell’accezione più alta del termine.

Più di trent’anni addietro creano la “fondazione del destino reversibile”, che coinvolge specialisti di tutte le discipline, da esperti in biologia molecolare alle neuroscienze, esperti in fisica quantistica e filosofia per piegare la morte al proprio volere.

Le loro case sono “ scomode”, perché teorizzano che la comodità porta all’abitudine ed all’apatia, la stagnazione e l’impigrimento sono il nemico da combattere, e per cui i pavimenti non sono in piano, le porte sono di altezze varie, un attentato all’equilibrio insomma.

Purtroppo la loro battaglia contro la morte l’hanno persa, ma rimane in piedi la struttura teorica che hanno realizzato nell’arco di più di trent’anni.

Il link porta al sito della loro fondazione:

http://www.reversibledestiny.org

Il link seguente invece porta a D Editore, dove è possibile acquistare La Fine dell’Invecchiamento:

La Fine dell’Invecchiamento

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Josh Schweitzer

L’architetto Josh Schweitzer era, in estrema sintesi, un architetto californiano, e ciò ha un significato particolare.

La tradizione che seguiva era quella di una architettura di libertà, dove lo spazio limitrofo alla architettura diventa esso stesso parte della composizione, ed anzi, l’architettura ne è complementare.

Ho scritto “era” non perché ci abbia lasciati, anzi, ma ha cambiato radicalmente la sua vita, nel suo ritiro in un lotto di un quartiere anonimo di Los Angeles adopera il suo tempo a dipingere.

Ho una stima indicibile per questo “ex architetto”, ed il motivo è molto personale: attraverso la sua Monument House ho intrapreso un viaggio di scoperta dell’architettura radicale, che ha poi segnato tutta la mia ricerca.

Schweitzer non è certo un architetto sperimentale, ma quella casa, costruita nel “Joshua Tree National Park“ è stata per me visione illuminante.

Era il 1991, in Italia si parlava di Aldo Rossi, di Gregotti e di tutti gli emuli, intendo dire che nelle riviste si vedevano quasi esclusivamente file di aperture quadrate e/o rettangolari infilate con assoluto rigore.

Sulla copertina di un numero dell’ARCA appare invece questa strana abitazione, con finestre ed aperture inusuali, immersa nei colori caldi del deserto, che a me, allora studente, sembravano scardinare molti dei principi che l’università tentava di “installare” in noi giovani.

In quel periodo stavo preparando Disegno e Rilievo con il prof. Purini, facevamo uno studio sui morfemi, la mia ricerca in particolare era rivolta alla possibilità di trasporre il piano della rappresentazione nella realtà. Ero incastrato nella logica Borrominiana della favolosa Galleria Spada, dove la prospettiva viene usata per ingannare l’occhio, e volevo trovare una maniera contemporanea per ripetere quel principio.

La Monument House mi ha dato lo spunto attraverso le aperture che la facevano sembrare una assonometria realizzata.

Quando portai all’esame i miei disegni tutti acquerellati, con uno studio incredibile (per me) sulla rappresentazione, il prof. Purini mi liquidò chiedendomi come mai mi piacesse così tanto Eisenman, ovviamente non capii subito di cosa parlasse, perché non conoscevo ancora ne Eisenman ne il decostruttivismo.

Ero arrivato alla House X di Eisenman per altre vie, fu il complimento più grande che mi fece un professore all’università, anche se il prof. Purini non se ne rese conto.

Da quel momento approfondii i decostruttivisti, e tante altre cose, ma devo tanto a quella casa costruita nel deserto dall’architetto Josh Schweitzer.

Summer Architecture

Il valore minimo in architettura è dato dall’edificio singolo.

Possiamo immaginare la città come un testo mai finito, in continua evoluzione, ed ogni edificio che viene inserito all’interno di tale paesaggio, è rappresentato da una parola, per comprendere il significato di tutto il testo è necessaria una visione globale, ma ogni parola, come ogni edificio, ha un significato e questo significato ha valore in se, anche se isolata una parola assume il valore minimo per cui è stata creata, così come ogni edificio ha valore in se, anche senza contesto riesce a trasmettere il valore minimo per cui è stato creato…

segue su: Summer Architecture

PASEO ICARIA (Enric Miralles)

Caliamoci in personaggi immaginari e percorriamo questa architettura-narrazione, lasciamo che il gioco ci coinvolga.

-SOPRALLUOGO-

IL CONTESTO: una città tra le più ambigue d’Europa, profondamente radicata nel passato, ma altrettanto aperta al futuro, forse una delle poche città che vive nel presente: Barcellona.
Nessun terrore del passato, (quella paura che relega il nostro paese in serie B), solo normalissimo e giustificato rispetto per tutto ciò che ne è degno.
GLI ARCHITETTI: giovani, cresciuti in quella tradizione catalana che li accomuna solo a se stessi, appartenenti a nessuna corrente e soprattutto grandi narratori: Enric Miralles e Carme Pinos.
L’OGGETTO: una sorta di piccolo racconto, la storia di un progetto che procedendo cambia di scala, dalla planimetria giunge per gradi sino al particolare.

-CAPITOLO 1:500-PLANIMETRIA

Arriviamo dall’alto ed il primo pensiero è musicale,.
Segni inquieti che rimandano ad altre arti. Una partitura ricca di contrappunti e dissonanze che sviluppa e cresce in un ritmo trascinante, vitale, con pause mozzafiato e movimenti sincopati.
Vertici musicali fatti scivolare su un pentagramma di pietra, immagini sonore immobilizzate nel momento della massima lucentezza.
Forse siamo giunti all’ambiente che Bruno Zevi definiva come: “…….determinato da un concerto di John Cage”.
Una trasposizione dal piano musicale a quello architettonico, dove abili maestranze guidate da un ottimo direttore hanno visualizzato e costruito una vibrante composizione.
Arriviamo dall’alto ed il “pezzo” si lascia ascoltare, sino a quando, ormai rapiti, ci costringe e ci spinge a continuare il percorso.

Stralcio dello spartito “AMORES” di John Cage

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Stralcio della planimetria del “PASEO ICARIA” di Miralles/Pinos

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-CAPITOLO 1:100-PIANTE, SEZIONI E PROSPETTI

E costretti continuiamo avvicinandoci. Abbiamo di fronte una ben strana boscaglia, gli elementi si frammentano, si distribuiscono nello spazio di questa oasi artificiale, i tronchi metallici di questi strani alberi dai rami cromati e dalle foglie lignee, si insinuano, quasi sino ad intersecarsi.
Non pare attraversabile.
All’ombra del bosco però, schegge di colore (rosso-viola-giallo), fate e folletti sfiorano i “tronchi” sui loro skate-boards e rollerblades, noi tranquilli viandanti per non essere travolti ci avviciniamo ancor di più agli “alberi”, quando la passeggiata nel bosco ha termine.

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-CAPITOLO 1:20-PARTICOLARI

La scena muta, siamo all’interno di un’esplosione.
Gli occhi seguono con vertigine i mille particolari, le schegge catapultate nel tempo e nello spazio.
“Non è possibile stabilire un ordine di lettura, l’apparire è istantaneo, contemporaneamente visioni armoniche e non compaiono d’incanto, non esiste una cronologia degli eventi, un parametro per stabilire il prima ed il dopo, non c’è gerarchia tra gli elementi.
Senza un ordine sequenziale si muovono nello spazio in molteplici direzioni i frammenti di una realtà qualsiasi.”
Non c’è paura, anzi, la tentazione è quella di lasciarsi coinvolgere e perdersi in questo tranquillo vortice.

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-CAPITOLO 1:1-PARTICOLARI

Ormai convinti di arrivare sino in fondo proseguiamo il cammino fino al contatto.
E qui si rivelano ai nostri occhi le giunture, le saldature, le grate, i riflettori, le diverse sezioni, i profili e tutti quei particolari costruttivi che rendono questa architettura dell’immaginazione un evento reale.
Un evento, questo, che ridefinisce il rapporto dimensionale fra uomo ed architettura.

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-CAPITOLO 0:0-RELAZIONE PROGETTUALE

In una città dove l’ordine e la scala sono dati dalle “Mançanas” di Cerdà i nostri narratori-architetti reinseriscono l’uomo come elemento-misura.
Non ci sono chiavi di lettura da scoprire, si percepisce però che nell’anima del progetto esiste un senso narrativo profondo, la voglia di raccontare storie.
Storie drammatiche, altre volte ironiche, che giungono ad un termine provvisorio, mai definitivo perché punto di partenza per altri racconti.
L’architettura-narrazione si lascia leggere e come gioco coinvolge ludicamente.

Barcelona 18.09.94

Era il 1994, da studente di architettura scoprii per caso questo viale a ridosso del Porto Olimpico, rimasi colpito. Di getto scrissi queste righe e scattai decine di foto. Dopo aver scoperto chi fosse il progettista mi recai nel suo studio, per capire. Trovai l’indirizzo nel favoloso Collegi d’Arquitectes de Catalunya, sede degli architetti catalani, a Placita de la Seu, di fronte alla Cattedrale nel centro del Barrio Gotico.

A poche centinaia di metri, sempre nel barrio gotico, in una calle secondaria, dietro un enorme portone in legno si nascondeva un atrio con una scalinata che correva tutto attorno, quella era la sede dello studio dell’architetto Enric Miralles.

Dopo aver suonato al campanello mi è stato chiesto cosa volessi, ed io candidamente risposi:” Sono uno studente italiano, ed avrei piacere di incontrare l’architetto.”

La risposta, che non mi aspettavo minimamente, fù:”Ora sento se è disponibile”, dopo di che venne Miralles in persona.

Per circa un’ora ho avuto l’onore di chiacchierare con l’architetto, dopo i primi trenta minuti passati tentando con grande sforzo di parlare in spagnolo, l’architetto “simpaticamente” mi disse: “Va bene, ora possiamo anche parlare in italiano…”

Così mi ha parlato di Alvar Aalto, dell’importanza, negli edifici, del filtro tra interno ed esterno, di quale rispetto bisogna avere verso i materiali, della luce e dell’ombra e, soprattutto, di come l’architettura deve raccontare storie. È stata una grande lezione di architettura.
Massimiliano Ercolani

 

Wall Games di Lebbeus Woods

Ha sempre visto lungo Lebbeus Woods, ed anche in questo saggio del 2004 ci da una lezione su come affrontare i muri mentali (e non) che ci stiamo costruendo attorno.Buona lettura!


Israele, come ogni stato sovrano, ha un diritto inalienabile di difendersi, ma non con qualsiasi mezzo. Se continua a beffarsi del diritto internazionale, come sta facendo, continuando la costruzione del Muro, si trasforma in uno stato rinnegato, al di fuori della legge e della sua tutela.

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Quantunque Israele abbia il potere di farla franca per il momento, questo fatto alla fine, gli si ritorcerà contro, in maniera del tutto imprevedibile per ora, nonostante l’appoggio degli Stati Uniti e la tacita minaccia delle proprie armi nucleari. I rinnegati alla fine rimangono isolati, così come stanno imparando gli USA, dalle proprie azioni unilaterali e “preventive”, l’isolamento, in ultima analisi, minaccia la sopravvivenza di ogni nazione in un mondo del tutto interdipendente.Lo sfoggio di potere, anche delle nazione più forte, è vano, al punto che le nazioni più deboli, per gelosia o vendetta, possono, con uno sforzo concertato, divenire superiori.

È nell’interesse di Israele fermare la costruzione del Muro, dare un segno, comunicare che vuole essere parte della comunità internazionale e che è disposta a rispettare il diritto internazionale.Nel giudicare la sua posizione, Israele dovrebbe ricordare che le pareti costruite per tenere fuori gli altri, alla fine, imprigionano quelli all’interno.

Continuando la costruzione del Muro, Israele sta creando, in una distorsione storica grottesca, il più grande ghetto della storia, separando e isolando il proprio popolo dal mondo a cui la propria sopravvivenza, e quella dello Stato ebraico, dipende. Ma questo non è necessariamente un caso. C’è ancora tempo.

Il Muro non è ancora completato. Al momento, solo un quarto della sua estensione prevista è effettivamente costruita. Il resto pesa come se esistesse già, ma non è ancora terminato.

Permettetemi di essere ottimista e immaginare che i poteri che dominano Israele, siano portati a fermare la costruzione del Muro. Lo spazio per lo scambio, già tendente verso Israele dallo squilibrio di potere esistente, rimarrà aperto.

Cosa succederebbe alle parti già costruite del Muro? Molti vorranno abbatterle, è comprensibile.

È un brutto simbolo, sia per molti israeliani che per la maggior parte dei palestinesi.

Certamente le porzioni terminate dovrebbero essere abbattute per rendere la linea di confine più permeabile, in maniera di rendere ai palestinesi l’accesso ai loro campi ed ai posti di lavoro diretto ed assicurao. Ma alcune sezioni del Muro potrebbero rimanere in piedi. Se sono ancora in piedi come artefatti autonomi, in un paesaggio ancora diviso e di negoziazione, potrebbero servire a qualche utile scopo.

Uno di questi potrebbe essere il Wall Game.

Il Wall Game utilizza alcuni tratti di muro come campo da gioco a due lati. I palestinesi controllano un lato, gli israeliani l’altro. Ogni lato ha un team di costruttori, architetti, artisti e performer, che fanno una costruzione sul loro lato del Muro, usandolo come supporto unico. In altre parole, le nuove costruzioni non possono in alcun modo poggiare direttamente sul terreno, ma soltanto sulla parete. Si tratta di costruzioni a sbalzo. Come tali, la costruzione su un lato deve essere controbilanciata dalla costruzione sull’altro, altrimenti il Muro cadrà da un lato o dall’altro, ed il gioco sarà finito.

È un gioco che funziona solo se ci sono due lati opposti.

Un lato non può giocare da solo, o come una forza strutturale sbilancerà il Muro e lo porterà verso il basso molto rapidamente. In una partita a senso unico non si fanno punti, cioè, nessun vincitore. Il punto nel gioco lo si ottiene tenendo su il Muro.

Ci sono tre livelli di vittoria. Il primo livello è quello di mantenere il gioco attivo. In questo senso, entrambi le parti vincono quando giocano contro il muro stesso e la complessa serie di forze che esso attiva. Non vi è alcun limite di tempo per il gioco. Termina solo quando una parte vince sull’altra (secondo livello) o quando entrambi perdono.

Per capire come una parte possa vincere sull’altra, è necessario chiarire qualcosa in più sulla natura delle costruzione.

Si può presumere che ogni squadra avrà un differente metodo di costruzione. Materiali diversi, configurazione diversa, diverso metodo. Questo perché le diverse squadre rappresentano diverse culture, religioni, storie ed aspirazioni. Anche se entrambe le squadre dovessero produrre costruzioni simili, potrebbero vincere solo sul primo livello, perché per vincere al secondo livello, una squadra dovrebbe convertire l’altra. La conversione di una costruzione si verifica quando il suo sistema di ordine, cioè il suo sistema di riferimento spaziale viene trasformato nel sistema di ordine del lato opposto.

Questo si verifica durante periodi di tempo predeterminati, cioè quando la costruzione è lasciata aperta a infiltrazioni attraverso la parete. Durante questi periodi, la squadra avversaria può costruire all’interno della varco lasciato aperto.

Non tutti i tentativi di convertire le costruzioni opposte avrà successo.

Se una costruzione lasciata aperta per un tentativo di conversione è sintatticamente chiara e forte, il tentativo di conversione dovrà essere ancora più chiaro, più forte, e soprattutto più succinto per riordinare il sistema aperto di spazio e forma nel tempo consentito.

Il terzo livello di vittoria è il più difficile da raggiungere.

Si verifica soltanto quando entrambe le costruzioni sono convertite, e non secondo il sistema di una parte o dell’altra, ma quando viene creato un nuovo sistema di ordine.

A questo livello, entrambe le parti vincono, perché trascendono, insieme, i loro antichi stati di opposizione, ed entrano in uno più complesso, uno stato polivalente.

Risultante dalla fusione dei precedenti sistemi, un ibrido definito dai due sistemi precedenti.

Si incontrano tra di loro non come contendenti, ma come co-abitanti di una nuova condizione spaziale a cui hanno contribuito entrambi, e su cui devono entrambi lavorare non solo per mantenerlo ma anche per evolverlo ulteriormente.

Il Wall Game è chiaramente progettato per coinvolgere una nuova generazione di giocatori, sia palestinesi chee israeliani, che non solo vedono i vecchi giochi come distruttivi ed autodistruttivi, ma che vogliono creare modalità nuove e più produttive della concorrenza che possono portare a nuove forme di cooperazione.

Dato che è solo un gioco, vincere e perdere assumono nuovi significati.

Come in ogni gioco, c’è sempre la prossima volta per recuperare orgoglio e prestigio, e, quindi, l’imperativo è imparare non solo dal fallimento, ma anche dal successo.

La squadra vincente in ogni singolo gioco può essere certa che la volta successiva, il lato opposto avrà imparato non solo le loro tecniche, ma anche messo a punto nuove tattiche.

Né la vittoria né la sconfitta sono mai definitive. E ci potrebbe essere uno spin-off.

Certamente ci sarà lo sviluppo di nuove tecnologie, basate su computer che sovrintendono lo svolgimento del Wall Game.

Si dovrà monitorare le sollecitazioni nella parete, che è anche il campo da gioco, dando ad entrambe le parti le informazioni di cui hanno bisogno per continuare la costruzione, per giudicare il successo o il fallimento di un tentativo di conversione,computer pre-programmati per essere il più obiettivi possibile, saranno basati su un software che potrebbe portare ad una nuova dimensione di pensiero etico.

Dopo tutto, in questa situazione, che cosa significa ‘obiettivo’?

Persino i più acerrimi avversari quando imparano a suonare assieme gli diviene difficile uccidersi a vicenda.

È istruttivo considerare l’impatto che ebbero per la cessazione delle ostilità, le famose partite di Ping- Pong tra Cina e Stati Uniti negli anni Settanta (come la guerra di Corea); o il ruolo delle-Olimpiadi e il rifiuto degli Stati Uniti di giocare a Mosca nel 1980 – nel ravvicinamento tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti negli anni ottanta. Si può sostenere che questi giochi sono stati solo un segno che i lati opposti erano pronti a collaborare più apertamente e che i giochi avevano solo valore simbolico, ma ciò non sminuisce l’importanza dei giochi come metodo di approccio.

Come lo storico culturale Johan Huizinga ha scritto in Homo Ludens “il Gioco è un atto di adattamento unico, non subordinato a qualche altro atto, ma con una funzione speciale proprio nell’esperienza umana”

Questa è una intuizione i cui vantaggi possono, ancora una volta, essere a portata di mano.

Lebbeus Woods (ottobre 2004)

Nota: Dal momento in cui questo pezzo è stato completato, la costruzione del muro è continuata, con il risultato che ora è per circa tre quarti completo.

Pezzo Originale: https://lebbeuswoods.wordpress.com/2009/11/09/wall-games/

Torre David

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TORRE DAVID

1993. Muore David Brillembourg, presidente del consorzio finanziario venezuelano Confinanzas.

1994. A seguito del crollo dell’economia venezuelana il consorzio Confinanzas va in bancarotta.

2007. Circa 13 anni dopo, in anni di profonda crisi, diretta e ritardata conseguenza degli eventi del 1994, tutto il Venezuela è in pieno dramma sociale, la carenza di alloggi a basso costo innesca tumulti e scontri, i problemi relativi al reperimento delle abitazioni, soprattutto nella sua capitale Caracas, sembra non trovare soluzioni.

Esiste una connessione alla catena di eventi sopra descritti, la Torre David, una torre per uffici di 45 piani incastrata nel centro di Caracas. È stata progettata dall’architetto venezuelano Enrique Gómez, e nel 1993, quasi al termine della sua realizzazione, a seguito della morte del committente, David Brillembourg, in concomitanza col crollo dell’economia venezuelana del 1994 l’idea di completare l’edificio viene abbandonata.

Dal 2007 settecentocinquanta famiglie vivono all’interno dell’edificio, lo occupano sino al 28° piano, fino al 22° arriva l’acqua corrente e nelle sue viscere esistono in modo del tutto abusivo negozi ed attività commerciali di tutti i tipi.

La dimensione verticale e la posizione geografica del manufatto occupato caratterizzano l’agglomerato in modo univoco, la città ha partorito un mutante, il mutante risiede nel suo grembo: nelle interiora di Caracas, città di quasi 6.000.000 di abitanti, un unico edificio aggredisce i canoni borghesi, portando lo slum, nel cuore dell’abitato e lo porta in alto violando uno dei simboli del capitalismo, il grattacielo.

Molti lo considerano un fatto marginale, non è così.

Appare evidente come tale evento sia il primo di una serie, tattiche di sopravvivenza urbana per una popolazione in mutamento continuo, una popolazione di mutanti.

Il principio è il medesimo delle baraccopoli: una serie di organismi estranei, l’accumularsi della varia umanità che si accalca, crea in maniera autonoma e spontanea, ai margini delle città strati di costruzioni “abitabili”. Sino a quando questo fenomeno ha occupato le periferie degli aggregati urbani, il problema era circoscritto e sotto controllo, si riusciva ad arginare, era sufficiente creare barriere e muri, e con servizi d’ordine (pubblico o privato) si riusciva a tenere le orde di “zombie”1 fuori dai quartieri bene delle città, i corpi estranei venivano sistematicamente ricacciati al di fuori del confine.

Il metodo non è nuovo, ma funzionale agli interessi degli “onesti” cittadini, sia il metodo fisico sopra delineato, che quello psicologico, dove l’“esterno” viene rappresentato come uno strano fenomeno, un Freak, è evidente lo scopo, circoscrivere ed annullare ogni possibile contatto tra strati sociali differenti. Si parte dal lontano medioevo, dove gli abitanti delle terre lontane, ai confini del mondo conosciuto, erano considerati capricci e scherzi della natura, venivano addirittura raffigurati come tali, per l’uomo medievale tutti questi luoghi dai confini incerti e le presenze “organiche” che ci vivevano, i cui nomi evocavano mistero erano situati all’esterno dei propri territori, dai confini certi e vigilati. Con l’avvicinarsi della modernità e con lo sviluppo delle conoscenze geografiche queste credenze sono ovviamente sfumate, ma evidentemente rimane nel profondo dell’animo umano questa paura atavica di colui che viene da fuori, considerato “diverso”.

Per tenere a bada i “selvaggi “ è stato sufficiente alzare mura di contenimento e filo spinato, creare barriere e controllare tramite telecamere i movimenti, tutto ciò ha permesso, fino ad oggi, un distacco dell’uomo borghese dal resto del mondo.

Con Torre David si è innescata una nuova dinamica, una sorta di forma tumorale pronta ad esplodere dall’interno ha aperto il ventre dello stato borghese, non è a causa di una riduzione delle difese immunitarie della società cosiddetta civile, semplicemente non era previsto che il virus potesse colpire dall’interno, nessuno poteva immaginare che il grembo materno delle città potesse partorire tale “scempio”, le stesse dinamiche si stanno manifestando anche in occidente.

Nel nostro continente avviene attraverso il mare, la distesa azzurra che ci separava dai diversi, dai “non civili” è diventata un fiumiciattolo. Dopo aver sfruttato e catechizzato i “popoli selvaggi” per qualche secolo, tali popoli lasciati alla mercè di guerre e fame, hanno impararto a navigare. Ora sarà molto più complesso contenere il contagio.

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1Si consiglia la lettura di: “Lezioni dalla fine del mondo”, A. Melis – E. J. Pilia, Deleyva Editore

Koolhaas ed il primato della scrittura

Riflettendo sugli ultimi interventi di Luigi Prestinenza Puglisi in FB riguardo Koolhaas, il primo pensiero è l’apparato critico che ha permesso ciò che LPP descrive.

Ovvero, un numero cospicuo di critici di architettura, persino professori dell’accademia hanno, negli ultimi anni, acclamato i saggi e gli scritti di Koolhaas come il miglior contesto critico attraverso il quale l’architetto possa costruire le sue architetture.

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Ma in questa ultima affermazione c’è il vizio che limita e confonde. L’architettura scritta, come del resto quella disegnata, non è da confondere con l’architettura costruita.

I critici in questo caso però, quello dell’architettura scritta, forse per empatia o forse per assonanza del mezzo di comunicazione, hanno permesso, anzi contribuito al fraintendimento tra scrittura e costruzione dell’architettura.

Ai tanti attacchi all’architettura disegnata effettuati non ha corrisposto nulla di pari livello all’architettura scritta, giustificandola, come ci fosse un primato della scrittura sul disegno, in una arte, l’architettura, che a detta della critica colta dovrebbe avere il suo centro nella costruzione.

A pensar male (come diceva qualcuno) viene da dire che i critici capiscano più la scrittura che i disegni.

Fattore sfuggito ai più, Koolhaas è al contempo architetto, promoter, PR (e fin qui dimostrazione di enormi qualità), ma anche critico di se stesso attraverso i suoi libri ed i suoi saggi, e qui inizia il problema, per portare un paragone sportivo: è come se l’allenatore di una squadra fosse anche il responsabile delle analisi per il test anti-doping, per quanto si possa essere onesti, qualche dubbio potrebbe sorgere sui risultati.

Negli anni 80 con Warhol il ruolo dell’artista, il suo essere personaggio, è diventato più importante delle sue opere, negli anni 90 un ulteriore passaggio ha portato la supremazia della critica (in arte con Bonito Oliva) sugli artisti e le loro opere, negli ultimi anni anche in ambito architettonico si è riusciti a mettere l’opera, ovvero l’edificio, in secondo piano rispetto al testo critico che lo avvolge e a chi lo scrive, Koolhaas ne è l’artefice massimo, ma vi sono ottimi epigoni (vedi BIG).