Reversible Destiny

Sono partito dal libro di De Grey “La fine dell’Invecchiamento: Come la scienza potrà esaudire il sogno dell’Eterna Giovinezza”, manifesto della eterna lotta contro l’invecchiamento, dove si teorizza ed auspica la fine della morte e cercavo di immaginare nel campo architettonico come potesse essere trasportato il concetto.

È così che ho scoperto Shusaku Arakawa e Madeline Gins, architetti e progettisti anomali, con costruzioni reali e realizzate, ma profondamente utopisti, nell’accezione più alta del termine.

Più di trent’anni addietro creano la “fondazione del destino reversibile”, che coinvolge specialisti di tutte le discipline, da esperti in biologia molecolare alle neuroscienze, esperti in fisica quantistica e filosofia per piegare la morte al proprio volere.

Le loro case sono “ scomode”, perché teorizzano che la comodità porta all’abitudine ed all’apatia, la stagnazione e l’impigrimento sono il nemico da combattere, e per cui i pavimenti non sono in piano, le porte sono di altezze varie, un attentato all’equilibrio insomma.

Purtroppo la loro battaglia contro la morte l’hanno persa, ma rimane in piedi la struttura teorica che hanno realizzato nell’arco di più di trent’anni.

Il link porta al sito della loro fondazione:

http://www.reversibledestiny.org

Il link seguente invece porta a D Editore, dove è possibile acquistare La Fine dell’Invecchiamento:

La Fine dell’Invecchiamento

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Josh Schweitzer

L’architetto Josh Schweitzer era, in estrema sintesi, un architetto californiano, e ciò ha un significato particolare.

La tradizione che seguiva era quella di una architettura di libertà, dove lo spazio limitrofo alla architettura diventa esso stesso parte della composizione, ed anzi, l’architettura ne è complementare.

Ho scritto “era” non perché ci abbia lasciati, anzi, ma ha cambiato radicalmente la sua vita, nel suo ritiro in un lotto di un quartiere anonimo di Los Angeles adopera il suo tempo a dipingere.

Ho una stima indicibile per questo “ex architetto”, ed il motivo è molto personale: attraverso la sua Monument House ho intrapreso un viaggio di scoperta dell’architettura radicale, che ha poi segnato tutta la mia ricerca.

Schweitzer non è certo un architetto sperimentale, ma quella casa, costruita nel “Joshua Tree National Park“ è stata per me visione illuminante.

Era il 1991, in Italia si parlava di Aldo Rossi, di Gregotti e di tutti gli emuli, intendo dire che nelle riviste si vedevano quasi esclusivamente file di aperture quadrate e/o rettangolari infilate con assoluto rigore.

Sulla copertina di un numero dell’ARCA appare invece questa strana abitazione, con finestre ed aperture inusuali, immersa nei colori caldi del deserto, che a me, allora studente, sembravano scardinare molti dei principi che l’università tentava di “installare” in noi giovani.

In quel periodo stavo preparando Disegno e Rilievo con il prof. Purini, facevamo uno studio sui morfemi, la mia ricerca in particolare era rivolta alla possibilità di trasporre il piano della rappresentazione nella realtà. Ero incastrato nella logica Borrominiana della favolosa Galleria Spada, dove la prospettiva viene usata per ingannare l’occhio, e volevo trovare una maniera contemporanea per ripetere quel principio.

La Monument House mi ha dato lo spunto attraverso le aperture che la facevano sembrare una assonometria realizzata.

Quando portai all’esame i miei disegni tutti acquerellati, con uno studio incredibile (per me) sulla rappresentazione, il prof. Purini mi liquidò chiedendomi come mai mi piacesse così tanto Eisenman, ovviamente non capii subito di cosa parlasse, perché non conoscevo ancora ne Eisenman ne il decostruttivismo.

Ero arrivato alla House X di Eisenman per altre vie, fu il complimento più grande che mi fece un professore all’università, anche se il prof. Purini non se ne rese conto.

Da quel momento approfondii i decostruttivisti, e tante altre cose, ma devo tanto a quella casa costruita nel deserto dall’architetto Josh Schweitzer.

Gaetano Pesce ed il concorso del Lingotto.

Il progetto risale al 1983, fa parte di una serie di 20 realizzati da altrettanti architetti di fama internazionale. Fra tutti il più attuale è sicuramente quello di Gaetano Pesce. Al centro del progetto mette il programma funzionale, così da garantire l’accessibilità e le funzioni del nuovo Lingotto 24 ore su 24, compresa la sostenibilità economica dello stesso.
Distribuiti negli spazi esistenti le diverse attività, dal residenziale al commerciale sino alla ristorazione ed a laboratori artistici, si intervallano fra loro, idea in anticipo sui tempi ed in controtendenza alla (fallimentare) pianificazione standard data dalla zonizzazione.
Il tutto racchiuso in tavole di presentazione ad altissimo impatto visivo .
Gaetano Pesce, da sempre, ha qualcosa da insegnare a tutti noi.

Oltre Gaetano Pesce i progettisti erano:

Gae Aulenti

Gottfried Bohm

Fehling & Gogel

Gabetti e Isola

Gregotti Associati

Lawrence Halprin

Hans Hollein

Denys Lasdun

John Johansen

Richard Meier

Luigi Pellegrin

Cesar Pelli

Renzo Piano

Kevin Roche

Aldo Loris Rossi

Piero Sartogo

Ionel Schein

Sottsass Associati

James Stirling