Fehling+Gogel

Parallelamente alla storia “ufficiale” dell’architettura si sono, da sempre, mossi elementi che hanno creato una sorta di eterodossia disciplinare.

Spesso trattati con atteggiamento sfuggente, a volte pubblicati in qualche rivista di settore, perché, comunque, impossibile non accorgersi dei loro lavori, ma mai approfonditi o studiati con attenzione.

Fehling e Gogel ne sono un tipico esempio.

Dal 1954 e per tutto il resto del 1900, condividono una inarrestabile capacità di reagire al mummificarsi su codici ormai assimilati, hanno progettato e costruito dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sino alla fine del secolo scorso edifici senza rimpianti passatisti.

Hermann Fehling è stato allievo di Erich Mendelsohn, quel Mendelshon di cui Zevi scrive: “Si ritiene generalmente che l’architettura non possa esternare stati d’animo quali l’amore, la paura, la tristezza, la nausea, l’entusiasmo o la disperazione. Le opere di Mendelsohn dimostrano, in modo prepotente, come essa parli, soffra, canti, aggredisca e persino ascolti, come non sia soltanto sfondo ai sentimenti umani, ma ne veicoli anche le pieghe più delicate e arcane”, mentre Daniel Gogel pare abbia collaborato con Taut prima della grande guerra, hanno evitato come la peste monotonia e monodimensionalità, sono entrambi figli di quell’espressionismo che non avrebbe dovuto lasciare eredi, perché irriproducibile, a differenza del razionalismo e dell’International Style.

Va a questo punto analizzato, però, il significato di irriproducibilità, se la base semantica di questa parola consideriamo solamente la possibilità di una riproduzione monotona e ordinaria siamo allora lontani da come hanno intrapreso il loro viaggio Fehling e Gogel.

Chi ha proseguito la corrente espressionista, e vedremo che ancora oggi crea ottimi risultati, è conscio della possibilità di proseguire una storia, non banalmente copiando le forme, ma cercando invece di proseguire l’impulso primario di creare ogni volta un progetto singolare pur nella sua continuità, certamente non una continuità storicistica, ma come modello di impegno formale e sociale.

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