PASEO ICARIA (Enric Miralles)

Caliamoci in personaggi immaginari e percorriamo questa architettura-narrazione, lasciamo che il gioco ci coinvolga.

-SOPRALLUOGO-

IL CONTESTO: una città tra le più ambigue d’Europa, profondamente radicata nel passato, ma altrettanto aperta al futuro, forse una delle poche città che vive nel presente: Barcellona.
Nessun terrore del passato, (quella paura che relega il nostro paese in serie B), solo normalissimo e giustificato rispetto per tutto ciò che ne è degno.
GLI ARCHITETTI: giovani, cresciuti in quella tradizione catalana che li accomuna solo a se stessi, appartenenti a nessuna corrente e soprattutto grandi narratori: Enric Miralles e Carme Pinos.
L’OGGETTO: una sorta di piccolo racconto, la storia di un progetto che procedendo cambia di scala, dalla planimetria giunge per gradi sino al particolare.

-CAPITOLO 1:500-PLANIMETRIA

Arriviamo dall’alto ed il primo pensiero è musicale,.
Segni inquieti che rimandano ad altre arti. Una partitura ricca di contrappunti e dissonanze che sviluppa e cresce in un ritmo trascinante, vitale, con pause mozzafiato e movimenti sincopati.
Vertici musicali fatti scivolare su un pentagramma di pietra, immagini sonore immobilizzate nel momento della massima lucentezza.
Forse siamo giunti all’ambiente che Bruno Zevi definiva come: “…….determinato da un concerto di John Cage”.
Una trasposizione dal piano musicale a quello architettonico, dove abili maestranze guidate da un ottimo direttore hanno visualizzato e costruito una vibrante composizione.
Arriviamo dall’alto ed il “pezzo” si lascia ascoltare, sino a quando, ormai rapiti, ci costringe e ci spinge a continuare il percorso.

Stralcio dello spartito “AMORES” di John Cage

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Stralcio della planimetria del “PASEO ICARIA” di Miralles/Pinos

02

 

 

-CAPITOLO 1:100-PIANTE, SEZIONI E PROSPETTI

E costretti continuiamo avvicinandoci. Abbiamo di fronte una ben strana boscaglia, gli elementi si frammentano, si distribuiscono nello spazio di questa oasi artificiale, i tronchi metallici di questi strani alberi dai rami cromati e dalle foglie lignee, si insinuano, quasi sino ad intersecarsi.
Non pare attraversabile.
All’ombra del bosco però, schegge di colore (rosso-viola-giallo), fate e folletti sfiorano i “tronchi” sui loro skate-boards e rollerblades, noi tranquilli viandanti per non essere travolti ci avviciniamo ancor di più agli “alberi”, quando la passeggiata nel bosco ha termine.

03

 

 

 

 

 

 

 

-CAPITOLO 1:20-PARTICOLARI

La scena muta, siamo all’interno di un’esplosione.
Gli occhi seguono con vertigine i mille particolari, le schegge catapultate nel tempo e nello spazio.
“Non è possibile stabilire un ordine di lettura, l’apparire è istantaneo, contemporaneamente visioni armoniche e non compaiono d’incanto, non esiste una cronologia degli eventi, un parametro per stabilire il prima ed il dopo, non c’è gerarchia tra gli elementi.
Senza un ordine sequenziale si muovono nello spazio in molteplici direzioni i frammenti di una realtà qualsiasi.”
Non c’è paura, anzi, la tentazione è quella di lasciarsi coinvolgere e perdersi in questo tranquillo vortice.

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-CAPITOLO 1:1-PARTICOLARI

Ormai convinti di arrivare sino in fondo proseguiamo il cammino fino al contatto.
E qui si rivelano ai nostri occhi le giunture, le saldature, le grate, i riflettori, le diverse sezioni, i profili e tutti quei particolari costruttivi che rendono questa architettura dell’immaginazione un evento reale.
Un evento, questo, che ridefinisce il rapporto dimensionale fra uomo ed architettura.

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-CAPITOLO 0:0-RELAZIONE PROGETTUALE

In una città dove l’ordine e la scala sono dati dalle “Mançanas” di Cerdà i nostri narratori-architetti reinseriscono l’uomo come elemento-misura.
Non ci sono chiavi di lettura da scoprire, si percepisce però che nell’anima del progetto esiste un senso narrativo profondo, la voglia di raccontare storie.
Storie drammatiche, altre volte ironiche, che giungono ad un termine provvisorio, mai definitivo perché punto di partenza per altri racconti.
L’architettura-narrazione si lascia leggere e come gioco coinvolge ludicamente.

Barcelona 18.09.94

Era il 1994, da studente di architettura scoprii per caso questo viale a ridosso del Porto Olimpico, rimasi colpito. Di getto scrissi queste righe e scattai decine di foto. Dopo aver scoperto chi fosse il progettista mi recai nel suo studio, per capire. Trovai l’indirizzo nel favoloso Collegi d’Arquitectes de Catalunya, sede degli architetti catalani, a Placita de la Seu, di fronte alla Cattedrale nel centro del Barrio Gotico.

A poche centinaia di metri, sempre nel barrio gotico, in una calle secondaria, dietro un enorme portone in legno si nascondeva un atrio con una scalinata che correva tutto attorno, quella era la sede dello studio dell’architetto Enric Miralles.

Dopo aver suonato al campanello mi è stato chiesto cosa volessi, ed io candidamente risposi:” Sono uno studente italiano, ed avrei piacere di incontrare l’architetto.”

La risposta, che non mi aspettavo minimamente, fù:”Ora sento se è disponibile”, dopo di che venne Miralles in persona.

Per circa un’ora ho avuto l’onore di chiacchierare con l’architetto, dopo i primi trenta minuti passati tentando con grande sforzo di parlare in spagnolo, l’architetto “simpaticamente” mi disse: “Va bene, ora possiamo anche parlare in italiano…”

Così mi ha parlato di Alvar Aalto, dell’importanza, negli edifici, del filtro tra interno ed esterno, di quale rispetto bisogna avere verso i materiali, della luce e dell’ombra e, soprattutto, di come l’architettura deve raccontare storie. È stata una grande lezione di architettura.
Massimiliano Ercolani

 

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