Koolhaas ed il primato della scrittura

Riflettendo sugli ultimi interventi di Luigi Prestinenza Puglisi in FB riguardo Koolhaas, il primo pensiero è l’apparato critico che ha permesso ciò che LPP descrive.

Ovvero, un numero cospicuo di critici di architettura, persino professori dell’accademia hanno, negli ultimi anni, acclamato i saggi e gli scritti di Koolhaas come il miglior contesto critico attraverso il quale l’architetto possa costruire le sue architetture.

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Ma in questa ultima affermazione c’è il vizio che limita e confonde. L’architettura scritta, come del resto quella disegnata, non è da confondere con l’architettura costruita.

I critici in questo caso però, quello dell’architettura scritta, forse per empatia o forse per assonanza del mezzo di comunicazione, hanno permesso, anzi contribuito al fraintendimento tra scrittura e costruzione dell’architettura.

Ai tanti attacchi all’architettura disegnata effettuati non ha corrisposto nulla di pari livello all’architettura scritta, giustificandola, come ci fosse un primato della scrittura sul disegno, in una arte, l’architettura, che a detta della critica colta dovrebbe avere il suo centro nella costruzione.

A pensar male (come diceva qualcuno) viene da dire che i critici capiscano più la scrittura che i disegni.

Fattore sfuggito ai più, Koolhaas è al contempo architetto, promoter, PR (e fin qui dimostrazione di enormi qualità), ma anche critico di se stesso attraverso i suoi libri ed i suoi saggi, e qui inizia il problema, per portare un paragone sportivo: è come se l’allenatore di una squadra fosse anche il responsabile delle analisi per il test anti-doping, per quanto si possa essere onesti, qualche dubbio potrebbe sorgere sui risultati.

Negli anni 80 con Warhol il ruolo dell’artista, il suo essere personaggio, è diventato più importante delle sue opere, negli anni 90 un ulteriore passaggio ha portato la supremazia della critica (in arte con Bonito Oliva) sugli artisti e le loro opere, negli ultimi anni anche in ambito architettonico si è riusciti a mettere l’opera, ovvero l’edificio, in secondo piano rispetto al testo critico che lo avvolge e a chi lo scrive, Koolhaas ne è l’artefice massimo, ma vi sono ottimi epigoni (vedi BIG).

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