STRING CITY/FOLDER TOWN

a. Altre dimensioni

La trama del cosmo. Spazio, tempo, realtà”, libro pubblicato dal fisico Brian Greene nel 2004, tratta di teoria delle stringhe, cosmologia, fisica quantistica e delle più recenti teorie

nel campo della fisica delle particelle e della concezione fluida dello spazio-tempo elaborato da Einstein. Attraverso questo libro il fisico americano tenta di dimostrare che il mondo è cosa molto diversa da quella che l’esperienza comune ci potrebbe far pensare. Analizza la teoria del big bang, mostrandoci quanto ed in che modo le recenti teorie delle superstringhe e la M-teoria riescano a conciliare i diversi ordini di leggi fisiche, dalla più piccola particella al più grande buco nero. Nella quarta di copertina, affinché il libro risulti allettante al maggior numero di curiosi, si parla di universi paralleli, geometrie curve e inghiottitoi tridimensionali, straordinari concetti nati spesso in ambito letterario, ma che sono recentemente divenuti protagonisti della ricerca scientifica (tradizionale), postulando

dimensioni che sfuggono alla nostra percezione, ma che inevitabilmente incuriosiscono.

Secondo la teoria delle stringhe, la materia è composta da minuscole corde vibranti (stringhe appunto), microscopici cicli di energia nascosti nel cuore della materia in uno spazio di 11 dimensioni, si tratta quindi uno spazio con 7 dimensioni in più di quelle comunemente accettate. Ovvero, oltre alle tre dimensioni direttrici definite da Cartesio: x, y e z ed il quarto dato dimensionale, il tempo, nuove forme di interpretazione dello spazio intervengono a descrivere la realtà che ci circonda. Queste nuove sette dimensioni teoriche introdotte dalla Teoria M, possono paradossalmente essere trasposte dalla fisica

all’architettura senza perdere la carica innovatrice e di rottura. L’architettura è una scienza, basata oltre che sulle funzioni primarie, per intenderci quelle funzioni necessarie al suo utilizzo da parte dell’uomo, su processi mentali mossi da teorie esterne alla disciplina stessa. Promuove e divulga tale opportunità il critico di architettura Bruno Zevi1, il quale mette in evidenza come sia possibile un parallelismo tra le opere dell’architetto Mendelsohn e le dissonanze compositive di un genio creativo come il maestro Arnold Schönberg, o ancora, Mendelsohn stesso riesce in un’opera, l’Einsteinturm di Potsdam, a restituire nella sua configurazione superficiale gli elementi fondanti della ricerca scientifica di carattere astrofisico che saranno effettuati all’interno dell’edificio. Si dimostra così quanto sia necessario tener conto, pur valutandone le peculiarità, delle influenze reciproche che si succedono nello studio delle arti e delle scienze con un costante gioco di rimandi. La contrapposizione tra umanistico e scientifico perde di significato. Diviene quindi possibile e naturale trasporre sul piano progettuale la M teoria, ottenendo così le undici dimensioni presenti nella teoria fisica, tutte necessarie al progetto, nel nostro caso, di architettura. Per avere una diversa prospettiva, si prova qui ad accostare la ricerca scientifica a quella progettuale, il principio di unificazione della teoria delle “Super Stringhe” e della “M-Theory” a quello compositivo e programmatico, si tenta punto per punto di armonizzare il mondo della fisica con quello del disegno.

b. Dimensioni Comunemente Accettate

La conoscenza del nostro universo, o meglio la percezione che abbiamo di esso è data dai punti di riferimento che individuiamo attorno a noi. Attraverso la geometria misuriamo lo spazio, ed anche inconsciamente la utilizziamo per relazionarci con ciò che ci circonda. La conoscenza della dislocazione degli oggetti posti nello spazio presuppone quindi l’esistenza di un sistema di riferimento affinché sia leggibile la relazione esistente. René Descartes definì tale sistema di riferimento tridimensionale come un: insieme ordinato di tre rette non complanari e uscenti da uno stesso punto (origine), atte a formare un sistema di riferimento dello spazio. Allora questa concezione veniva valutata come definitiva, appariva come il sistema attraverso il quale era possibile misurare e definire scientificamente sia le dimensioni che le distanze. Successivamente, a cavallo tra diciottesimo e diciannovesimo secolo, alla terna cartesiana venne aggiunto il fattore tempo, il quale produsse conseguenze di rilievo nei campi della matematica e della fisica, ma non solo, anche in quelli più legati alla ricerca di carattere umanistico come filosofia e psicologia. Le dimensioni che seguono sono a tutt’oggi comunemente considerate come conosciute ed accettate, logicamente e sensorialmente riscontrabili. Per analogia con la teoria delle stringhe: la prima dimensione: la dimensione x, in questa categoria ricadono le stringhe che hanno essenzialmente estensione monodimensionale, ovvero la larghezza è talmente esigua da poter essere trascurata ed un eventuale spessore, di fatto inesistente. Trascorrono la loro completa esistenza lungo una retta, per queste entità non è necessaria altra dimensione. A queste fanno seguito stringhe che hanno sviluppo bidimensionale, membrane a due dimensioni il cui spessore è inesistente, alcune si richiudono su se stesse, altre restano aperte, ma entra comunque in gioco la ulteriore dimensione y. Con la dimensione z lo sviluppo nelle tre dimensioni delle stringhe è completo, autoreferenziale oltre la rappresentazione, trasposizione concreta di un’esperienza sensoriale. Ogni punto dello spazio è quindi individuabile univocamente, attraverso la terna di coordinate x, y, z. Esiste però, ed è anch’essa comunemente accettata, una quarta dimensione, la dimensione t. La dimensione t è data dall’insieme delle situazioni T e T+1, in cui un oggetto occupa due punti diversi dello spazio definito dalle tre dimensioni in maniera sequenziale, dove T rappresenta la terna cartesiana necessaria all’individuazione dell’oggetto stesso in una determinata frazione temporale, mentre T+1 descrive lo stesso oggetto, definito sempre da una terna cartesiana, ma questa volta con valori differenti risultato della somma dei punti iniziali con quelli riferiti allo spostamento avvenuto in una frazione temporale successiva. Le stringhe acquisiscono il quarto dato dimensionale (il tempo) e sono così pronte al superamento delle categorie cosiddette conosciute ed accettate.

c. Dimensioni Immaginarie

Diventa a questo punto possibile configurare delle nuove realtà, che siano relative alla politica o all’economia, alla religione o alla filosofia, perfino alla scienza ed alla tecnologia e quindi anche all’architettura. Attraverso le quattro categorie che Umberto Eco2 elenca e

suggerisce come basi per la costruzione di racconti fantastici, siamo in grado di individuare quattro nuove grandezze che possono essere correlate alle successive dimensioni definibili come immaginarie. Siamo in grado di considerare queste entità supplementari non solo come fantastiche, ma come base per la creazione di ulteriori sistemi ipotetici. Per far questo è necessario che il punto di osservazione sia altro, che venga considerato l’aspetto progettuale di tali categorie. Innanzitutto definiamo le tipologie: ALLOTOPIA_ ovvero un mondo diverso dal nostro in cui i principi fisici, ma non solo, vengono scardinati, dove ad esempio gli animali parlano; UTOPIA_ Modello di come dovrebbe essere, a secondo del creatore, il nostro mondo; UCRONIA_ Dimensione dove gli eventi accaduti nella nostra realtà hanno avuto risultati completamente o anche parzialmente differenti; METATOPIA O METACRONIA_ Dove il mondo possibile rappresenta una fase futura del mondo reale presente. L’utopia, delle quattro, è quella costantemente presente. In qualsiasi settore in cui la creatività disegna nuovi scenari, da quello estremamente scientifico a quello radicalmente umanistico, non vi è progetto che non abbia come presupposto un pensiero utopico. Se diamo per assodato che l’utopia sia: il “modello di come dovrebbe essere il mondo nel futuro prossimo”, risulta evidente che chiunque si applichi nel vasto territorio della progettazione, cerchi di predisporre la realtà all’accettazione di un diverso futuro, anche se circoscritto territorialmente o temporalmente, anche se limitato nelle dimensioni, appare evidente che il principio ispiratore di tale atto sia di tipo utopico. In ambito architettonico è possibile individuare molteplici fasi che separano l’idea iniziale dall’edificio costruito, una serie di fattori rappresentano il punto di partenza: le esigenze di chi usufruirà del futuro edificio; le funzioni che dovrà avere; la distribuzione interna; i flussi; i rapporti tra le parti; l’influenza sull’ambiente che lo circonda sia da un punto di vista estetico che funzionale; ecc.; tutti questi parametri anche se potrebbero sembrare squisitamente oggettivi, non lo sono. Il background del progettista, le sue inclinazioni, il contesto socioeconomico in cui va ad inserirsi, modificano sostanzialmente questi criteri, ed il risultato che verrà conseguito sarà dato dalla risultante di questi fattori. Viene quindi svelato il supporto utopico alla realtà quotidiana, questo legame è manifesto in quanto si pensa a come tale realtà possa venire modificata e si palesa l’equazione: PROGETTO = UTOPIA. La carica utopica necessaria al processo progettuale è ancor maggiore nel caso dell’ulteriore sviluppo realizzativo, soprattutto in ambito architettonico, in cui emergerà in modo evidente la modifica della realtà, paradossalmente: la realizzazione dell’utopia. Le altre categorie entrano nel processo in differenti forme. Per quanto concerne l’allotopia potremmo prendere ad esempio il Koizumi Sangyo Corporation Headquarters Building, edificio progettato dall’architetto Peter Eisenman. É un edificio reale, che dà risposte più o meno esaustive alle esigenze che i committenti avevano al momento dell’incarico, in questo edificio però, sono altresì presenti delle variazioni sostanziali, i principi fisici sembrano, almeno apparentemente, essere altri da quelli conosciuti, sembra che l’immobile sia stato devastato da un sisma e che si regga in piedi per pura fortuna, le pareti non sono posizionate come ci si aspetterebbe, il sistema trilitico viene a prima vista irriso. Ancora potremmo prendere ad esempio le tavole di Libeskind, in particolare la raccolta a nome “Micromegas”, che prendendo spunto da un racconto di Voltaire nel quale i principi fisici sono stravolti, i disegni, come il racconto, ci trasportano in un mondo parallelo in cui i parametri metrici e temporali sono completamente distorti. Anche in questo caso la natura viene stravolta ed il punto di vista capovolto, o meglio posizionato in una condizione del tutto estranea al conosciuto, al comunemente accettato. Oltre all’utopia, come già evidenziato, onnipresente, entrambi i progetti sono ascrivibili nella categoria delle allotopie, le variazioni, anche se solo esteriori, ci permettono di intravedere un sistema di riferimento alternativo. Per quanto attiene invece l’ucronia, il parallelismo diviene un poco più arduo, potrebbe addirittura apparire forzato, ma possiamo prendere ad esempio quella corrente letteraria, quel filone della narrativa fantastica che introduce una tecnologia anacronistica all’interno di un’ambientazione storica, molto spesso l’Ottocento e in particolare la Londra vittoriana, ovvero il movimento definito Steampunk. Anche se da molti considerato subcultura, attorno al genere gravita una notevole comunità che veste, costruisce, “vive” il movimento e le sue singolarità in modo attivo rendendolo quindi reale, “opponendo”, ma non troppo, alla cultura elettronica quella meccanica. In questo caso quindi, la progettazione e la realizzazione in tale ordine risultano per certi versi limitati al solo ambito letterario, o comunque ad una porzione circoscritta di umanità, e però non possiamo fare a meno di prenderla in considerazione come supporto per lo sviluppo di un processo progettuale in quanto, comunque, realizzato. La metacronia può essere valutata come la più occulta del gruppo, anche se quella maggiormente sottesa al reale. Sembra singolare la seguente affermazione: “il mondo odierno, per alcuni, solo per alcuni, rappresenta una fase futura del mondo reale presente”, di fatto non lo è. In campo scientifico, i ricercatori, ovvero una ristretta cerchia di individui, vivono le scoperte, persino quelle mediche, in anticipo di 10-20 anni rispetto al resto del pianeta, risulta quindi logico prendere in considerazione il fatto che questi ricercatori, scienziati, dottori hanno la possibilità di percepire nel quotidiano fase futura del mondo presente che vivono tutte le persone che non appartengono a quello specifico settore di ricerca. Tutte le dimensioni immaginarie sopra descritte (allotopia, utopia, ucronia e metacronia) possono quindi essere considerate le prime quattro delle nuove sette dimensioni che stiamo scoprendo, possono inoltre costituire, come meglio specificato sopra, la motivazione subconscia che spinge alla progettazione ed alla creazione di nuove immagini, di nuove costruzioni e quindi, in assoluto, di mondi nuovi.

d. Dimensioni Chiave

Arrivati a questo punto sorge la necessità di trovare dimensioni che permettano di interpretare in maniera chiara ed inequivocabile i passaggi logici che corrono tra i diversi principi ispiratori. Il disegno deve essere considerato come prima chiave di interpretazione. Traduzione relazionale tra le varie realtà, che funziona oltretutto come catalizzatore per le interazioni. La misura dello spazio passa attraverso il disegno, ed attraverso di esso le funzioni vengono svelate. Attraverso la prospettiva per tutto il rinascimento si è tentato di riportare sul foglio bianco la realtà così come percepita passandola al vaglio delle scienze geometriche, ancor prima a partire dalla geometria euclidea e dai suoi cinque postulati si sono definiti i cardini del “giusto” modo di disegnare gli oggetti, questo per la convinzione dell’esistenza di principi e leggi di natura che legano ed armonizzano il tutto. Ma non si tratta solo di razionalizzare il rapporto tra “lettore” e disegno, si cerca invece di approfondire ulteriormente questa relazione fornendo nuovi spunti, e nuove prospettive. Parlando della percezione che si ha sin da bambino delle raffigurazioni grafiche, quando nelle fiabe e nei racconti maghi, streghe e draghi prendono vita sulla carta pur se distanti dal mondo reale, viene creata una relazione tra il fruitore ed una dimensione altra che sposta in qualche modo il sistema di riferimento. Il processo che sta alla base del rapporto di comprensione risulta quindi essere essenzialmente elementare, relazionale al punto di trasformare il sistema di riferimento; il bambino quindi “crede” ai personaggi, perché in qualche modo, perlomeno nel libro, essi sono reali. Risulta quindi evidente che il disegno del progetto è la prima chiave di interpretazione, la più semplice da porre in essere e contemporaneamente la più incisiva, ma soprattutto la chiave che può essere considerata universale. C’è poi il modello, dove è fisicamente visibile la relazione tra le tre dimensioni conosciute e quelle immaginarie, dove in maniera fortemente accessibile è possibile collegare e rendere interpretabile il pensiero iniziale. Nel momento in cui il disegno risulta di ardua definizione, soprattutto nel caso di particolare complessità formale, o quando più layer sovrapposti sono contemporaneamente visibili, a fronte di queste difficoltà di lettura è il modello fisico tridimensionale a permettere la corretta visualizzazione dell’oggetto rappresentato; è accessibile a tutti, perché non presuppone conoscenze tecniche pregresse, è superfluo che il “lettore” abbia una particolare formazione culturale, quindi è il plastico a diventare il mezzo più democratico per una lucida interpretazione del progetto. Anche storicamente, basti pensare al meraviglioso modello della Fabbrica di San Pietro costruito da Antonio da Sangallo il Giovane, in scala 1: 30, aveva, o meglio ha, perché ancora in buone condizioni, dimensioni di rilievo, lungo 7,36 m, largo 6,02 m e alto 4,68 m. Servì da schema per la esecuzione della costruzione ed era leggibile da tutti i lavoratori, anche i meno specializzati. Sin d’allora dicevamo, il modello in scala è sempre stato di fondamentale importanza, oltre ad essere il mezzo più idoneo per tenere sotto controllo il

processo realizzativo, è stato ed è utile anche per una verifica tecnica e formale. Oggi è addirittura possibile la prototipizzazione diretta del file CAD, la realizzazione di un modello

3D realistico (anche a colori) che strato dopo strato si forma sotto i nostri occhi è, quasi, alla portata di tutti. Infine il movimento, fattore unificante, dove il tempo entra a far parte della realtà, sottrae le altre dimensioni alla staticità, liberando l’immaginario creativo. Nell’ultimo ventennio, attraverso l’uso delle tecnologie informatiche, sono stati realizzati video per facilitare la comprensione dei progetti architettonici, attraverso la costruzione virtuale di modelli 3d è stato possibile rendere visibile prima della effettiva costruzione il futuro edificio. Ci si è spinti addirittura oltre, con la modellazione parametrica ci è permesso “progettare” direttamente e per mezzo del computer, creando nuovi scenari e formulare nuove composizioni basando il tutto su numeri o caratteristiche. La modellazione parametrica utilizza parametri, appunto, per determinare il comportamento di un’entità e definire le relazioni tra i componenti del modello, rende possibile, in caso di necessità, attraverso la semplice manipolazione di un dato, l’alterazione di tali parametri, mutando di conseguenza il risultato finale. A questo punto abbiamo riunito tutte le dimensioni ipotizzate, esse si concentrano nel foglio, nel modello, nel video……nell’occhio e quindi nella mente. Siamo così tornati al punto di partenza, il principio ciclico ci rimanda alle dimensioni prime: x, y, z ed il tempo riprendono possesso della scena diventando i cardini su cui costruire l’architettura, sui quali basare la realizzazione dell’edificio.

e. Architettura dell’immaginario

La possibilità di operare nell’architettura dell’immaginario rende la professione aperta, o meglio, libera l’espressione dalle leggi fisiche e da quelle amministrative e burocratiche. Considerato che il progetto architettonico sottende generalmente alla costruzione, ma non necessariamente, il disegno d’architettura, come qualsiasi altro tipo di disegno, lo si può esaminare come entità autonoma e non obbligatoriamente come rappresentazione, é però necessario, per fare ciò, avere una chiave di lettura, soprattutto se il disegno è inteso come progetto indipendente. La superficie del foglio solcata da linee, ognuna di quelle linee con un significato, non necessariamente diretto, non per forza palese, non è solo quindi rappresentazione, ma immagine significante, segno funzionale al pensiero di chi quelle linee le ha tracciate. Rimane a questo punto l’esigenza, da parte del disegno, di essere letto e non solo “semplicemente” guardato. É, infatti, solo una attenta lettura che permette la traduzione del disegno da fatto puramente visivo a materia, meglio ancora, ne permette la decrittazione per quello che di fatto è, ovvero un costrutto concettuale e ci è quindi permesso di vedere attraverso il disegno, possiamo quindi usarlo come mezzo per la percezione del mondo che ci circonda. La funzione tassonomica del disegno viene sorpassata e lascia aperte una molteplicità di opzioni, la sua funzione operativa non è: essere il surrogato dell’oggetto, anche nel caso in cui rappresenti altro. Prendendo in considerazione, invece, l’aspetto temporale del progetto, la fase iniziale deve essere considerata Primo Tempo di un eventuale proseguimento al di fuori della carta. I limiti del foglio, i bordi della tavola disegnata si fanno quindi confine temporale tra ciò che oggi è idea, ma che in futuro sarà (o potrà divenire) oggetto reale. L’interazione tra i due sistemi segnici normati da regole proprie è cosa reale, i due insiemi sono permeabili fra loro, e soprattutto è leggibile una forte corrispondenza. Il rapporto icona/oggetto rappresentato diventa così una codificazione formale, i processi psichici che scaturiscono dal confronto alimentano una curiosa forma di lettura: più livelli vengono compressi, conservando però una alta leggibilità e contemporaneamente una forte permeabilità tra i vari piani. Giungiamo così alla possibilità suddetta di trasporre la Teoria M, un sistema di principi legato alla fisica, ed attraverso questo spostamento fondare nuove visioni collegate all’architettura. Da qui nasce l’idea per un nuovo Masterplan della città di Kadessa, il nome “String City-Folder Town” è ovviamente un richiamo alla suddetta teoria. Le ulteriori sette dimensioni teoriche introdotte dalla Teoria M, mosse dalla Fisica all’architettura, suggeriscono nuovi input, sia formali che costitutivi. Le strutture lamellari che compongono il nuovo quartiere di Kadessa ne contraddistinguono la conformazione, una sottile presenza che alleggerisce l’impianto, il peso svanisce, ma rimane il volume, dato come sempre dalla luce e dall’ombra. Le lastre si piegano su se stesse, si torcono, si chiudono e si riaprono, un quartiere caratterizzato dal “foglio” che si inviluppa e si stende.

Un altro quartiere di Kadessa sta vedendo la luce, una griglia come base-regola (da infrangere) la lastra-foglio bidimensionale come evento casuale che scompone ed allo stesso tempo rafforza la griglia. L’elaborazione del progetto a scala urbana (Masterplan) verrà successivamente approfondito e sviluppato, il progetto è interpretato come narrazione complessa, con particolare attenzione al rapporto tra forma fisica e forma sociale. L’uso dello spazio; la temporalità di movimento degli abitanti; spazi aperti e costruiti; disegno del suolo e delle infrastrutture; luoghi della socialità, dell’abitare e del lavoro, sono le principali fonti di ispirazione per la costruzione del processo progettuale. Le basi conoscitive fanno riferimento anche a metodi matematici e statistici e alla sperimentazione di metodi informatici. Una diversa prospettiva quindi, quella scientifica ci

permette di accostare il progetto “Folder Town” alla teoria delle “super stringhe” e di sviluppare una “M-Theory” parallela. Continua il tentativo di costruire una “Nuova Sede degli Eventi Sociali”.

Massimiliano Ercolani (DoKC Lab)

1″Eric Mendelsohn” – A cura di Bruno Zevi, Serie di Architettura – Zanichelli

2″Sugli specchi e altri saggi. Il segno, la rappresentazione, l’illusione, l’immagine” di Eco Umberto – Bompiani

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